Traffico di rifiuti. Sigarette contraffatte. Prostituzione. Riciclaggio. Sono i business criminali dei clan cinesi. Che usano l'Italia come avamposto delle loro attività illecite nei mercati europei. E si muovono con la ferocia e la spregiudicatezza di mafia e camorra.
Un carico di cd e dvd pirata distrutto in Cina; in Italia è noto l'accordo fra triadi e camorra per dividersi i profitti della contraffazione. I più cattivi e i boss senza scrupoli vengono tutti da Wenzhou. Una città da un milione di anime affacciata sul mar Giallo, dedita da sempre al commercio aggressivo e ai traffici più o meno leciti. I buoni, o meglio gli schiavi, arrivano da Wuyun e Xianju. Paesoni vicini dell'entroterra, zone di campagna da cui le Triadi e altre organizzazioni criminali arruolano manodopera da spedire in Occidente.
Una specie di supermarket umano da cui prelevare contadini che, sperando in una vita decente a Milano, Firenze e Roma, si tramutano alla fine del viaggio negli operai al nero delle migliaia di fabbrichette illegali disseminate nelle nostre periferie. Senza contare gli irregolari: la comunità cinese in Italia sfiora ormai quota 150 mila. E la maggioranza viene proprio da Wenzhou, prefettura dello Zehjiang. Dal 2000 gli ingressi sono quasi raddoppiati: non è un caso che gli investigatori abbiano iniziato a interessarsi, investendo uomini e mezzi, delle complicate dinamiche di una comunità ad alto rischio di infiltrazioni malavitose.
Cosche con enormi interessi nel settore economico e finanziario del nostro Paese, considerato uno degli avamposti perfetti per la conquista dei ricchi mercati occidentali: per loro l'Italia è la nazione della corruzione, con sistema giudiziario che commina punizioni non proporzionate alle colpe commesse. "Testa di tigre e coda di serpente", ironizzano. I clan asiatici sono talmente potenti da essere diventati la quinta mafia, come si legge nei dossier inediti della Dia e dello Scico, il reparto specializzato contro il crimine organizzato della Guardia di finanza. Un dragone (questo il simbolo delle Triadi) che sta allargando il campo d'azione e allungando gli artigli su business un tempo esclusivo appannaggio di Cosa nostra e camorra: dalle estorsioni e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina i cinesi sono passati al riciclaggio di denaro sporco e al business immobiliare, alla contraffazione di sigarette, al traffico di rifiuti tossici, alle bische fino alla prostituzione e ai reati finanziari. Per un giro d'affari che vale ormai miliardi di euro l'anno.
SIGARETTE AL MONOSSIDO
I finanzieri di Napoli l'hanno capito solo leggendo la bolla. Il comandante che ha visto i documenti ha fatto una smorfia e ha chiesto di aprire il carico. Le scarpe erano destinate a una ditta di abbigliamento di Grumo Nevano, in provincia di Napoli. Un'azienda, però, in liquidazione. Se il destinatario non fosse stato così anomalo, le 40 mila stecche di Marlboro e Marlboro light, otto milioni di sigarette in tutto, sarebbero finite sugli scaffali di tabaccai e bar di mezz'Italia.
Prodotti completamente falsi, dal filtro alla cartina, passando per il tabacco e la colla. Tutto made in China, tutto (probabilmente) assai nocivo. A prima vista le sigarette cinesi sono perfette: marchio Philip Morris, cellophane d'ordinanza, scritte in italiano, 'nuoce gravemente alla salute', bollo dei Monopoli. Peccato che di tabacco Virginia, Oriental o Burley non ce ne sia nemmeno un milligrammo. L'operazione della Gdf napoletana di inizio maggio è solo l'ultima contro una truffa di dimensioni colossali, che rende ai criminali cinesi, spesso in accordo con le mafie italiane, centinaia di milioni di euro.
Ormai circa il 65 per cento delle sigarette di contrabbando (dati Olaf) sono false. Oltre la metà, secondo l'Organizzazione mondiale delle dogane, sono prodotte nel colosso asiatico. In Italia arrivano via mare: negli ultimi tre anni sono state scovate 469 tonnellate di bionde irregolari, oltre a 60 tonnellate di tabacchi contraffatti bloccati nei porti di Gioia Tauro e Taranto. Nascosti dietro carichi di copertura di ogni tipo, da sedie a camicette, in Sicilia negli ultimi sei mesi sono arrivati 20 milioni di sigarette cinesi. Lo scorso novembre polizia e Scico hanno scovato nel porto di Ancona, uno degli snodi principali dell'affare, altre 40 tonnellate, due milioni di pacchetti con "percentuali elevatissime di catrame, nicotina e monossido".
Una specie di supermarket umano da cui prelevare contadini che, sperando in una vita decente a Milano, Firenze e Roma, si tramutano alla fine del viaggio negli operai al nero delle migliaia di fabbrichette illegali disseminate nelle nostre periferie. Senza contare gli irregolari: la comunità cinese in Italia sfiora ormai quota 150 mila. E la maggioranza viene proprio da Wenzhou, prefettura dello Zehjiang. Dal 2000 gli ingressi sono quasi raddoppiati: non è un caso che gli investigatori abbiano iniziato a interessarsi, investendo uomini e mezzi, delle complicate dinamiche di una comunità ad alto rischio di infiltrazioni malavitose.
Cosche con enormi interessi nel settore economico e finanziario del nostro Paese, considerato uno degli avamposti perfetti per la conquista dei ricchi mercati occidentali: per loro l'Italia è la nazione della corruzione, con sistema giudiziario che commina punizioni non proporzionate alle colpe commesse. "Testa di tigre e coda di serpente", ironizzano. I clan asiatici sono talmente potenti da essere diventati la quinta mafia, come si legge nei dossier inediti della Dia e dello Scico, il reparto specializzato contro il crimine organizzato della Guardia di finanza. Un dragone (questo il simbolo delle Triadi) che sta allargando il campo d'azione e allungando gli artigli su business un tempo esclusivo appannaggio di Cosa nostra e camorra: dalle estorsioni e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina i cinesi sono passati al riciclaggio di denaro sporco e al business immobiliare, alla contraffazione di sigarette, al traffico di rifiuti tossici, alle bische fino alla prostituzione e ai reati finanziari. Per un giro d'affari che vale ormai miliardi di euro l'anno.
SIGARETTE AL MONOSSIDO
I finanzieri di Napoli l'hanno capito solo leggendo la bolla. Il comandante che ha visto i documenti ha fatto una smorfia e ha chiesto di aprire il carico. Le scarpe erano destinate a una ditta di abbigliamento di Grumo Nevano, in provincia di Napoli. Un'azienda, però, in liquidazione. Se il destinatario non fosse stato così anomalo, le 40 mila stecche di Marlboro e Marlboro light, otto milioni di sigarette in tutto, sarebbero finite sugli scaffali di tabaccai e bar di mezz'Italia.
Prodotti completamente falsi, dal filtro alla cartina, passando per il tabacco e la colla. Tutto made in China, tutto (probabilmente) assai nocivo. A prima vista le sigarette cinesi sono perfette: marchio Philip Morris, cellophane d'ordinanza, scritte in italiano, 'nuoce gravemente alla salute', bollo dei Monopoli. Peccato che di tabacco Virginia, Oriental o Burley non ce ne sia nemmeno un milligrammo. L'operazione della Gdf napoletana di inizio maggio è solo l'ultima contro una truffa di dimensioni colossali, che rende ai criminali cinesi, spesso in accordo con le mafie italiane, centinaia di milioni di euro.
Ormai circa il 65 per cento delle sigarette di contrabbando (dati Olaf) sono false. Oltre la metà, secondo l'Organizzazione mondiale delle dogane, sono prodotte nel colosso asiatico. In Italia arrivano via mare: negli ultimi tre anni sono state scovate 469 tonnellate di bionde irregolari, oltre a 60 tonnellate di tabacchi contraffatti bloccati nei porti di Gioia Tauro e Taranto. Nascosti dietro carichi di copertura di ogni tipo, da sedie a camicette, in Sicilia negli ultimi sei mesi sono arrivati 20 milioni di sigarette cinesi. Lo scorso novembre polizia e Scico hanno scovato nel porto di Ancona, uno degli snodi principali dell'affare, altre 40 tonnellate, due milioni di pacchetti con "percentuali elevatissime di catrame, nicotina e monossido".
[Angela Camuso e Emiliano Fittipaldi]
fonte 'L'espresso' del 05.06.2008

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