giovedì 14 febbraio 2008

La coscienza di Meno


Ma cosa manca ai napoletani per potersi meritare una vita normale. Cosa è che non ci permette d’evitare il solito, ineluttabile destino tragico, nel quale troppe volte e con sempre più preoccupante frequenza, ripiombiamo? Qualcosa, s’avverte, non va. Qualcosa che ci rende , “diversi”, ma non nel modo che ci piace pensare d’essere. Diversi in peggio. Lo avverti, quando t’accorgi che con indifferenza ci sforziamo di condurre la nostra vita imponendoci d’ignorare tutto quello che intorno degrada e scivola verso un indegno abisso. Sperando di sopravvivere in oasi “personali” sempre più ristrette, sempre più inadeguate. Sperando di trovare opportunità in un mondo senza regole, senza rispetto, senza dignità. Rovistando nei rifiuti sociali per trovare una traccia di vita ancora utilizzabile, piuttosto che decidere, una volta per tutte, di ripulire tutto e rinascere nell’aria pura. Normalmente quando si tocca il tasto della critica o, dell’autocritica, scatta indignata la reazione dalle nostre variegate e sempre più aliene caste cittadine, che vedono (o credono di vedere) un plebiscito di consensi a sostegno della loro difesa d’ufficio. Difendono un icona di napoletanità, intrisa di cultura, umanità, dignità, che è impossibile sovrapporre all’immagine reale del nostro vivere. Una napoletanità che appartiene a generazioni passate, estinte e noi non siamo stati in grado di conservarne l’eredità. Ma quello che manca cominci ad intuirlo, quando ti capita d’osservare una delle tante ed evidenti “trasgressioni”. Ad esempio quando qualcuno arriva con il suo carico di rifiuti indesiderati (naturalmente indifferenziati, inquinanti e non riciclabili) e lo scarica lì, nel tuo quartiere, ma ben lontano da casa sua. Quello che ti ferisce non è soltanto l’assoluta inciviltà del gesto, ma soprattutto l’indifferenza complice di chi osserva e pensa (o addirittura dichiara): non tocca a me intervenire; non tocca a me difendere questo posto. Tocca agli “altri”, dopotutto, qui non è casa mia! E lì comprendi quello che ci manca, quello che c’impedisce anche solo d’immaginarci migliori. Manca la coscienza collettiva. Siamo incapaci d’estendere l’appartenenza ai luoghi, alle persone esterne, anche se contigue, alle nostre “tane”, ai nostri “clan”. L’assurda convinzione che tutto quello che ci accade intorno, non richiede il nostro impegno. Questo fa si che si accumulino rifiuti su rifiuti, malgoverno su malgoverno, degrado su degrado. Nella sola provincia di Napoli ci sono circa 3.000.000 d’abitanti, 5.000.000 circa in tutta la Campania. Se solo il 10% decidesse di concedersi un unico, elementare cambiamento nella loro vita, quale formidabile forza trainante avremmo a condurre la tanto attesa rinascita ! Un cambiamento che richiede l’impiego di un attimo, la spesa di una sola singola frazione di secondo. Quanto basta per decidere se restare fermo a guardare pensando che tocca ad altri occuparsene e che l’unica responsabilità assumibile, è quella di sapersi lamentare di tutto, oppure cambiare e poter parlare di se, dicendo Noi e non più solo Io. Una coscienza di meno, c’impedisce d’essere “normali”, proviamo a costruirne una comune e sicuramente saremo migliori. Ora delega te stesso.

[E.C.]

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